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Florence Renucci & Irene González González

L’impero delle riviste

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1. Le riviste, “famose sconosciute” ? Onnipresenti nella vita scientifica, istituzionale, politica, o anche solo quotidiane, le riviste sono oggetto di un’abbondante letteratura scientifica internazionale la quale è interessante ma irregolare, probabilmente perché dietro l’apparente omogeneità dell’oggetto si nasconde una pluralità di forme, tempi, contenuti e attori. Sociologi [1], specialisti di letteratura [2], storici [3], politologi [4] e giuristi [5], tra gli altri, hanno prodotto molte opere su periodici. Dagli specialisti di letteratura, questo lavoro è particolarmente sviluppato in Belgio [6] e a volte associato a un approccio sociologico [7]. Nei paesi anglosassoni, come l’Inghilterra, un campo di ricerca autonomo si è costituito attorno ai Periodical studies [8]. Temi salienti emergono da questa storiografia, come ad esempio il rapporto tra riviste e politica, il coinvolgimento dei periodici in termini di genere o il loro effetto strutturante.

2. Questo ruolo strutturante è una pista da approfondire. Sembra fondata su un paradosso : le riviste sarebbero efficaci vettori di organizzazione mentre sono spesso effimere per la loro durata di vita ; subiscono una politica editoriale più o meno coerente ; e hanno una legittimità inferiore rispetto ad altri ’prodotti’ come un romanzo, un saggio, un brevetto o un testo di legge. Applicata alla situazione coloniale, questa ipotesi significa che le riviste specializzate (scientifiche o a carattere divulgativo) producono unità politica, sociale, giuridica o ideologica. Ma in quale modo ? Come creano della “comunità” ? Fino a che punto i periodici trasmettono rappresentazioni omogenee ? Può diventare un elemento decisivo nella costruzione e diffusione di conoscenze l’organizzazione dei contenuti in una rivista ?

Comunità e reti

3. Le riviste hanno questa caratteristica rispetto ad altre opere di essere collettive sia per la diversità degli articoli pubblicati, sia per la loro organizzazione (comitati di redazione, corrispondenti, etc.). I loro attori sono stati poco studiati tranne quando erano autori famosi. Ciò può forse essere spiegato dal fatto che questi attori vengono considerati come “tecnici” piuttosto che come intellettuali. Forse è più in linea con il loro numero e la difficoltà a evidenziare il ruolo di ciascuno? Questi motivi rimangono da chiarire.

4. Tra i protagonisti, ci sono gli editori e/o i fondatori che sono considerati come figure importanti e legittime, ciò che giustificherebbe la loro centralità. In realtà, alcuni periodici sono stati fondati da attori ’medi’ che a volte sono nemmeno considerati come legittimi dalla loro comunità. Per esempio, l’analisi delle principali riviste di diritto coloniale ha permesso di individuare tre tipi di fondatore [9]. Il fondatore istituzionale riceve la sua legittimità dalla sua funzione, come il direttore della Scuola di Giurisprudenza di Algeri, Robert Estoublon. Il fondatore tradizionale unisce legittimità della funzione, appartenenza al mondo giudiziario o giuridico e competenza tecnica, come Pierre Dareste. Infine, c’è il fondatore illegittimo che non può evocare la sua funzione, che non appartiene alla tradizione e che non è un esperto delle cose coloniali. Delphin Penant rappresenta questo fondatore. La sua rivista è diventata uno dei periodici più famosi di diritto coloniale e post-coloniale, suggerendo che in alcuni casi la legittimità degli attori e/o dei contenuti può prevalere su quella del direttore o del redattore capo. Inoltre, un esame più approfondito degli Archivi o delle testimonianze indica che a volte ci sono “ uomini ombra ” dietro i direttori o i redattori capi. Questi “ uomini ombra” garantiscono informalmente la continuità o lo sviluppo delle riviste, o persino le politiche editoriali e gli aspetti decisionali, come Emile Larcher nella Revue algérienne [10]. Quest’osservazione relativizza l’idea generalmente accettata per le riviste della prima metà del ventesimo secolo che sono soltanto i redattori capi a prendere le decisioni ed essere responsabili [11].

5. Queste osservazioni ci porta a interessarci a tutti gli attori delle riviste e alle loro strategie. Le riviste appaiono, di fatto, come “luoghi” d’organizzazione d’interessi individuali e collettivi. Il loro obiettivo può essere di promuovere un’ideologia, come nel caso dell’’africanismo’ nella Revista de Tropas Coloniales studiata da Irene González González [12]. La molteplicità degli attori giustifica d’indagare sui loro legami, ciò che ci sposta verso la questione delle reti sviluppata da Hervé Ferrière e Isabelle Thiébau con gli Annales d’hygiène et de médecine coloniales [13]. Entrambi gli autori sono giunti alla conclusione che quest’approccio è particolarmente rilevante nella situazione coloniale perché i periodici ci svolgono il ruolo di passatori o di punto d’origine dei reti. Queste reti assumano forme diverse - polimorfiche o omogenee, intuitive o contro-intuitive, locali o globali, inclusive o esclusive - e si collocano a livelli micro o macro-territoriali. Tali reti raggruppano la stragrande maggioranza degli esperti a causa del numero ristretto di questi esperti nelle colonie. Questa specializzazione non significa necessariamente che le reti operano nel vuoto : periodici come la Revue africaine o la Revue coloniale collegano avvocati, storici, giornalisti e puntualmente scienziati attorno a un oggetto comune sempre in rapporto alla colonizzazione.

6. Queste reti perseguono interessi talvolta simili. A questo proposito, l’articolo di Julie d’Andurain è rivelatore. L’autore evidenzia la creazione e l’uso da parte del ’partito coloniale’ di diversi periodici nell’impero francese, allo scopo di omogeneizzazione, di circolazione e di propaganda. Questa rete è organizzata in sotto-reti (parlamentare, finanziario, militare, pubblicista) avendo ciascuna le loro riviste. Queste riviste risultano assai diverse : provengono per esempio dall’amministrazione o da un gruppo di pressione come l’Union coloniale française. Attori, reti e riviste sono quindi utilizzati a vantaggio dell’idea coloniale e d’interessi di parte.

L’influenza delle rappresentazioni

7. L’articolo di Simona Berhe sull’immagine “della Libia nelle riviste turistiche italiane degli anni Trenta” illustra quanto le riviste possono essere destinate a trasmettere delle rappresentazioni stereotipate. Questi stereotipi non ci informano tanto sulla realtà coloniale quanto sulla percezione che la metropoli ne ha. Strutturano l’immagine delle colonie nei paesi europei : territori esotici con alto potenziale (ad esempio il turismo per gli italiani in Libia), in cui le donne sono sottoposte, e caratterizzati da una gerarchia tra popolazioni spesso generata o aggravata dai colonialisti. I periodici poi trasmettono un’estetica della colonizzazione, accentuata dall’impaginazione e le illustrazioni.

8. Queste immagini ci invitano a rivolgere la nostra attenzione ai pubblici di queste riviste : è essenzialmente il pubblico europeo della metropoli e delle colonie. Alcune riviste coloniali sono state direttamente create dall’amministrazione metropolitana con l’obiettivo di fornire una guida ai suoi agenti locali. I giornali militari contribuiscono piuttosto a rafforzare lo spirito di squadra. Altri, come le riviste letterarie, le riviste turistiche e le riviste politiche hanno un pubblico più ampio. La lingua del colonizzatore è poi quella che prevale, dando l’illusione al pubblico metropolitano di un’assimilazione linguistica. Le colonie diventano un’estensione della metropoli, luogo di un esotismo “riordinato”. Anche se sono pochi, si trovano diari scritti in lingue locali in tutto o in parte. Possono essere periodici politici, militari (Nsango sono Bisu [14]) o giuridici (Revue marocaine de législation, doctrine, jurisprudence chérifiennes (droit musulman malékite, coutumes berbères, lois israélites / المجلة المغربية للتشريعات العقيدة ...). Questi periodici si trovano a volte al centro delle proprie strategie e delle rivendicazioni identitarie tra colonizzatori e colonizzati o tra gli stessi colonizzatori [15].

9. Sembra allora che le riviste fossero un mezzo per controllare l’opinione pubblica. Si tratta di un controllo degli immaginari, di un controllo diretto sugli agenti coloniale e di un controllo sulle élite aborigene tramite pubblicazioni nelle loro lingue. In parallela, esiste anche la censura amministrativa per le riviste specializzate [16].

Costruzione, sviluppo e dinamiche delle discipline scientifiche

10. Infine, le riviste non hanno soltanto delle conseguenze sulle rappresentazioni. Hanno effetti sui contenuti, in particolare sulle conoscenze e sulle discipline. Come dimostra Monica Venturini, l’ambiente coloniale favorisce la sostituzione del romanzo esotico dal giornalismo letterario [17]. Allo stesso modo i periodici favoriscono anche la creazione, lo sviluppo, la legittimazione di una disciplina a motivo delle loro caratteristiche : aggiornamento dei dati, risposta rapida ai dibattiti e controversie, trascrizione di queste discussioni, molteplicità dell’offerta di letture in uno stesso campo, plasticità, ecc. Questa dimensione strutturante è ancora più forte quando la disciplina non è istituzionalizzata (assenza di cattedre o d’insegnamenti, debole legittimità della disciplina ad es.). L’articolo di Toussaint Réthoré sulla Rivista di diritto coloniale ne è un buon esempio. Prima rivista di diritto coloniale in senso stretto in Italia [18], questa rivista riporta la controversia sulla natura e i fondamenti del diritto coloniale italiano.

11. I periodici contribuiscono anche allo sviluppo e alla legittimità della disciplina riunendo i suoi principali esperti e offrendo garanzie scientifiche. Non avendo archivi, i ricercatori dispongono di poche informazioni relative alle procedure di valutazione interna (è il comitato di redazione a fare la valutazione? Sono esperti esterni ?). Dobbiamo pertanto rilevare che molte riviste di quel tempo pubblicano le risposte ai loro propri articoli. A volte questi scambi si trasformano in veri e propri battibecchi scientifici che si protraggono, come nella Gazette médicale d’Alger. Questa discussione all’interno della rivista è una forma di post-valutazione forse più trasparente dal peer-reviewing contemporaneo. Infine, voci false o no di furto d’articoli e di plagio circolano ponendo il problema dell’evoluzione della deontologia scientifica nel tempo [19].

12. Le riviste possono anche essere i vettori di una certa concezione della disciplina, più aperti ad altre discipline di quanto sarebbe in Metropoli. Il numero limitato d’interlocutori e il pluralismo proprio alla situazione coloniale rafforzano il dialogo tra gli attori nelle riviste con, ad esempio, i problemi della medicina autoctona o le interazioni tra diritto, storia ed etnologia. Quest’inclusione delle altre conoscenze (apertura intellettuale che non presuppone un’apertura ideologica e politica) è contestuale. Come curare, giudicare, osservare, amministrare senza questa conoscenza di base ? Tuttavia, l’apertura al pluralismo è presente in proporzioni molto diverse secondo le riviste e le epoche. È inoltre caratterizzata dall’affermazione della superiorità dei colonizzatori. È vero che la questione della superiorità della conoscenza o della scienza sulle altre deve essere valutata in una logica centro/periferia più globale. In Metropoli anche, la legge francese è considerata superiore al costume, stigma ereditato di ciò che si potrebbe chiamare l’’autoctonia provinciale’ dell’Ancien Régime. Allo stesso modo, i grandi organismi sanitari parigini disprezzano talvolta le prassi mediche dei “margini”, come dimostra la riluttanza a riconoscere la natura della scabbia, nonostante le prassi delle donne corse. A questo meccanismo globale si sovrappone nelle colonie quello dell’influenza dei pregiudizi razziali.

13. Ma sono parziali queste riviste concepite con lo scopo di controllo, di conoscenza o di propaganda ? Per rispondere a questa domanda, bisogna distinguere l’adesione ad una politica coloniale dal rispetto del principio della colonizzazione. Silvia Falconieri [20] e Sebastiaan Vandenbogaerde constatano che i periodici coloniali sono talvolta luoghi di dibattiti, di disaccordi o di critiche su basi scientifiche o politiche. Il problema è allora di capire dov’è il limite. Fino a che punto i periodici sono asserviti ad interessi pubblici o privati che li appoggiano e li sovvenzionano direttamente o indirettamente ? In altre parole, il sistema economico delle riviste e il contesto politico coloniale influenzano o no l’oggettività dei contenuti scientifici? Di fronte a questi problemi, possiamo semplicemente osservare che alcuni autori criticano le politiche e le pratiche coloniali, a volte con violenza, ma mettono in discussione il principio di colonizzazione in sé.

Conclusioni e prospettive

14. Questo primo studio sulle riviste coloniali in una prospettiva comparativa e interdisciplinare evidenzia i loro paradossi e la loro complessità. I periodici sono in effetti poco studiati, mentre sono importanti. Sono eterogenei pur essendo “oggetti strutturanti” delle rappresentazioni, delle conoscenze e delle discipline. In un contesto coloniale, significa questa osservazione che i periodici creano dell’unità imperiale?

15. Le riviste mostrano piuttosto che la colonizzazione va inteso secondo “insiemi di livelli” che si sovrappongono, si completano o si oppongono, e non solo secondo delle logiche locale/nazionale/imperiale da una parte o centro/periferia, dall’altra. Nella Revue algérienne, per esempio, il Magreb è visto come un impero che esisterebbe in parallelo ad un altro, l’impero coloniale francese, composto da tutti gli altri territori. Il Penant o la Quinzaine coloniale si inseriscono invece nella prospettiva inclusiva e imperiale. Lo studi dei periodici ci incita a rompere colle logiche binarie o soltanto piramidale nell’analisi della colonizzazione – ciò che non significa che non esistono – per adottare le logiche del “movente” in cui ogni elemento è collegato ad un altro, spiegando che l’unità facesse muoversi l’insieme e che l’insieme fluttuasse.

16. Questi primi risultati, compreso i testi raccolti in questo numero speciale, sono il risultato di un progetto internazionale che ha portato allo sviluppo di basi di dati, di seminari e di studi in comune. Questo progetto riguarda principalmente la colonizzazione belga, spagnola, francese e italiana a causa del dialogo coloniale tra questi territori, in particolare nel Mediterraneo. Non è limitato inoltre a una disciplina sola, ciò che spiega la presenza di articoli scritti da storici o specialisti di letteratura in una rivista di storia del diritto come Clio@Themis. Infine, le riviste vi sono considerate come uno strumento di primo livello per i ricercatori, sia oggetto di origine centrale sia fonte primaria, dove il contenuto e la forma, devono essere studiati insieme.

17. Vorremmo continuare questi studi dando loro una svolta decisamente interdisciplinare o transdisciplinare ed operando un cambiamento metodologico che sarebbe anche spaziale e temporale.

18. Lo studio delle riviste chiamate ’specializzate’ si deve liberare della mono-disciplinarità. È necessario mettere in prospettiva le riviste di varie specialità per far emergere dei meccanismi generali di organizzazione. In una dimensione più a lungo termine, che andrebbe al di là di ciò che presentiamo qui, il nostro obiettivo è quello di paragonare i periodici con la stampa in quanto ci sono forti legami tra questi due media che a volte giocano ruoli complementari. Le riviste ’a finalità scientifica’ sono state spesso distinte radicalmente dalla stampa per motivi di legittimità dei contenuti. Il rigore metodologico dei collaboratori dei periodici scientifici avrebbe respinto i tentativi di propaganda, mentre alcuni giornali sarebbero interamente dedicati alla propaganda. Ma quest’affermazione deve essere radicalmente messa in discussione perché queste riviste sono vettori profondi delle immagini, delle rappresentazioni, della cultura o della contro-cultura di un’epoca. Si presentano come “custode” delle conoscenze e delle scienze. Non c’è dubbio che i discorsi di cui sono portatori non sono così visibili come quelli della stampa, ma sono comunque importanti perché sono utilizzati per lo sviluppo delle politiche pubbliche, delle riforme giuridiche, nella trasformazione delle forme letterarie, nelle politiche sanitarie.

19. Lo “spostamento” metodologico da operare è anche temporale. Alcune riviste coloniali sono sopravvissute trasformandosi alle Indipendenze. La pubblicazione della Rivista coloniale di biologia, ad esempio, è stata prorogata fino al 1958, mentre la Rivista di diritto coloniale, come la maggior parte delle riviste italiane di diritto coloniale è scomparsa con la caduta del regime di Mussolini. Allo stesso modo, il Dareste non è più stato stampato alla fine della seconda guerra mondiale, mentre la Revue algérienne de législation et de jurisprudence e il Penant sono semplicemente stati modificati al periodo della decolonizzazione e sono ancora pubblicati oggi. Risiede l’origine di queste variazioni nell’utilità della rivista per le potenze coloniali ? Nelle logiche economiche o umani ? In ogni caso, se abbiamo essenzialmente trattato il XIXe secolo e la prima metà del XXe secolo, bisogna nel futuro studiare i periodici sui “tempi lunghi” e andare oltre le categorizzazioni storici tradizionali (coloniale/post-coloniali). Dobbiamo anche superare la distinzione periodo moderno/periodo contemporaneo nello studio delle riviste la cui pubblicazione copre secoli, come il Journal des savants o Philosophical Transactions. Questo spostamento metodologico non ha per obiettivo di identificare le continuità e le discontinuità dei periodici nel tempo, ma di capirli come un ’fluido’ che può cambiare rotta e adattarsi alle forme materiali attraverso cui scorre.

20. Infine, dobbiamo ampliare la nostra prospettiva spaziale a tutti i territori coloniali sottoposti ad una nazione europea, ma anche ad altre esperienze al di fuori dell’Europa, come il Giappone e l’occupazione coreana.

21. In tal modo speriamo avviare il dibattito su ciò che questo tripla “spostamento” porterebbe alla storia del diritto.

Florence Renucci
CNRS, UMR 8025, F-59 000 Lille, France
Univ. Lille, UMR 8025 – CHJ – Centre d’histoire judiciaire, F-59 000 Lille, France

Irene González González
Universidad de Castilla-La Mancha

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Note

[1] Per esempio, R. Boure, « Sociologie des revues de sciences humaines et sociales », Réseaux, 1993/2, n°58, pp. 91-105 ; E. Gérard et M. Kleiche-Dray, 2009, « La revue scientifique : un élément d’analyse des sciences humaines et sociales », African sociological Review, 2009, p. 168-183.

[2] Cf. in particolare gli di C. Bazerman, par ex., Shaping Written Knowledge: The Genre and Activity of the Experimental Article in Science. WAC Clearinghouse Landmark Publications, 2000 (réédition), https://wac.colostate.edu/books/bazerman_shaping/ Dans une perspective différente, voir les travaux sur les périodiques et la presse espagnole dans El Argonauta Español (https://argonauta.revues.org).

[3] M.-A. De Suremain, L’Afrique en revues, des « sciences coloniales » aux sciences sociales (anthropologie, ethnologie, géographie humaine, sociologie, 1919-1964), Paris, Université Paris Diderot, 2011 (thèse d’histoire).

[4] J. Baudouin, F. Hourmant (dir.), Les revues et la dynamique des ruptures, Rennes, Presses universitaires de Rennes, coll. « Res Publica », 2007.

[5] P. Grossi (dir.), Riviste giuridiche italiane (1865-1945), Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, vol. 16, 1987 ; M. Stolleis (dir.), Juristische Zeitschriften. Die neuen Medien des 18.-20. Jarhunderts, Frankfurt am Main, Klostermann, 1999, http://data.rg.mpg.de/bibliothek/ToC/ToC200501/277013.pdf ; D. Heirbaut, « Law reviews in Belgium (1763-2004) : instruments of legal practice and linguistic conflicts », dans M. Stolleis et T. Simon (dir.), Juristische Zeitschriften in Europa, Frankfurt am Main, Klostermann, 2006, http://data.rg.mpg.de/bibliothek/ToC/ToC200602/441631.pdf. Vedere anche le tesi di Fatiha Cherfouh e di Sebastiaan Vandenbogaerde.

[6] P. Aron et P.-Y. Soucy, Les Revues littéraires de langue française en Belgique de 1830 à nos jours. Essai de répertoire, Bruxelles, Labor, coll. Archives du futur, 1993, versione aumentata nel 1998. Più di recente, la creazione del Journal of European Periodical Studies e dell’associazione ESPRit (https://ojs.ugent.be/jeps).

[7] Cf. il numero speciale della rivista COnTEXTES, L’étude des revues littéraires en Belgique. Méthodes et perspectives/De studie van literaire tijdschriften in België. Methodes en perspectieven, 2008/4 (https://contextes.revues.org/2983).

[8] Cf. in particolare S. Latham and R. Scholes, « The rise of Periodical Studies », PMLA, Vol. 121, no 2,  2006, p. 517-531 e la creazione nel 2010 di The Journal of Modern Periodical Studies.

[9] Cf. F. Renucci, « Naissance et développement des grandes revues de droit colonial (1885-1918) », dans F. Audren et N. Hakim (dir.), Les revues juridiques aux XIXe-XXe siècles, Paris, éditions « La mémoire du droit », à paraître en 2018.

[10] F. Renucci, « La Revue algérienne, tunisienne et marocaine de législation et de jurisprudence (1885-1916). Une identité singulière ? », Faire l’histoire du droit colonial cinquante après l’Indépendance de l’Algérie, J.-P. Bras (dir.), Paris, Karthala, 2015, p. 181-201, https://halshs.archives-ouvertes.fr/halshs-01241189/document

[11] D. Crane, « The gatekeepers of science: Some factors affecting the selection of articles for scientific journals », The American Sociologist, 2, 4, 1967, p. 195-201.

[12] Questo processo di creazione è chiamato « genetico » o « etnogenetico » delle riviste da parte dei specialisti di Letteratura.

[13] Oltre la contribuzione di questi due autori in questo numero, cf. la tesi di master d’I. Thiébau su questa rivista (Apports et limites des humanités numériques dans la construction, la reconstruction des réseaux d’acteurs à partir de l’exploitation d’une revue numérisée : l’exemple des « Annales d’hygiène et de médecine coloniales » (1898-1940), Université de Bretagne occidentale, 2016).

[14] D. Hanson (dir.), Lisolo na Bisu, « Notre histoire ». Le soldat congolais de la Force publique, 1885-1960, Bruxelles, Musée royal de l’Armée et d’Histoire militaire, 2010. La storia di questo periodico e del suo equivalente pubblicato per il personale « europeo » della «  Force publique » va inquadrata in un contesto separatista (C. Leloup, « Maintenir une hiérarchie des races ? La Belgique face à la question de l’africanisation des cadres de la Force Publique du Congo belge (1908-1960) », Revue belge d’histoire contemporaine, 45, 2015, p. 46-79).

[15] Concorrenze particolarmente visibili per il Belgio a causa delle divisioni nazionali tra i valloni e i flaminghi. Su questi aspetti, P. Halen, « Une revue coloniale de culture congolaise : Brousse, 1935-1939-1959 », Actes de la première journée d’études consacrée aux littératures « européennes » à propos ou issues de l’Afrique centrale, documents de travail, Universität Bayreuth, 1994, p. 68-91, https://www.academia.edu/7299902/Une_revue_coloniale_de_culture_congolaise_Brousse_1935-1939-1959_; dello stesso autore, « Une revue wallone de culture coloniale au Congo : Raf (1943-1958) », L’Afrique centrale dans les littératures européennes, Universität Bayreuth, 1995, p. 63-78, https://www.academia.edu/6534642/Une_revue_coloniale_de_culture_wallonne_au_Congo_Raf_1943-1958_

[16] F. Renucci, « La revue algérienne… », op. cit.

[17] « Al di là del mare. Letteratura e giornalismo nell’Italia coloniale, 1920-1940 », dans le présent numéro.

[18] Esistono delle riviste di diritto d’interesse più generale che incorporano questa dimensione coloniale senza essere incentrata sopra come Il giornale del Medio ed estremo oriente.

[19] Su questa questione attuale, vedere l’articolo di D. Pontille e D. Torny, « The Blind Shall See ! The Question of Anonymity in Journal Peer Review », Ada. A Journal of Gender, New Media, and Technology, no4, 2014 http://adanewmedia.org/2014/04/issue4-pontilletorny/) che dimostra che l’obiettività della valutazione tramite l’anonimato può avere effetti negativi, per esempio in materia di plagio. Questa problematica riguarda, più in generale, la fiducia messa nell’analisi del valutatore e la misura dei criteri di scientificità nel tempo.

[20] « Le Recueil Penant, le Recueil Dareste et la question des métis. Deux approches différentes du droit colonial (1891-1946) ».

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